.

BarCongia
Sito ufficioso dei DS Cagliari


Diario


16 ottobre 2007

Questione primaria.



Le polemiche di questi giorni, scaturite in Sardegna principalmente dalla partecipazione al voto di alcuni esponenti del centrodestra, ed in generale dal fenomeno dei voti multipli, documentato da alcuni organi di informazione nazionali, avranno forse il merito di far sorgere qualche dubbio su opportunità ed attendibilità delle “primarie”, quale strumento per selezionare le candidature o per assumere decisioni collettive.

Non è ovviamente in discussione la buona fede di quanti hanno preso parte alle operazioni elettorali, del resto non messa in dubbio da nessuno, anche perché ogni contestazione in tal senso sarebbe fuori luogo, visto il rispetto delle norme che regolano tutti i procedimenti elettorali comprese quelle sui rappresentanti di lista, motivo per cui non si sta parlando di brogli, ma di inquinamento del voto.

Volendo distinguere le due categorie si potrebbe notare come i brogli siano una patologia interna al procedimento, mentre l’inquinamento si potrebbe definire, ai fini della regolarità delle consultazioni e della validità dei risultati, come un aggressione “esterna”, che ben si presta non tanto (o non soltanto) a favorire un candidato ai danni di un altro, quanto soprattutto a screditare l’intera operazione, facendo in modo che dei cento votanti che non dovevano esserci si parli più che dei centomila che invece ne avevano pieno titolo (lasciamo per il momento in sospeso la questione del diritto a partecipare, su cui si dovrà tornare in seguito).

Fatte queste distinzioni preliminari, bisogna dunque chiedersi se tale inquinamento fosse evitabile in questa occasione, e soprattutto se lo possa essere in futuro, distinguendo, ai fini di una risposta quanto più possibile completa, tra il voto “multiplo” e quello “esterno”.

Per quanto riguarda la prima categoria, appare evidente come una più scrupolosa osservanza delle norme procedurali, specie per quanto concerne l’esibizione della tessera elettorale, nonché la previsione di una registrazione preventiva da parte di chi ne fosse sprovvisto per qualsiasi ragione (immigrato, sedicenne, fuorisede, ma anche chi semplicemente avesse smarrito la tessera), o in alternativa l’indicazione di seggi speciali riservati a tali categorie, sarebbero stati degli accorgimenti in grado di limitare il fenomeno, fin quasi a farlo scomparire completamente.

Bisogna però a questo punto tener presente come la rigida applicazione di tali norme avrebbe scoraggiato la partecipazione a tutto vantaggio dell’aspetto competitivo, contribuendo ulteriormente a snaturare il carattere originariamente costituente della consultazione.

Proprio tenendo presente tale carattere costituente che si possono trarre delle conclusioni anche riguardo al secondo tipo di inquinamento di cui si parla, quello derivante dalla partecipazione di “esterni”, ossia di non interessati a partecipare alla costruzione del nuovo soggetto politico ne di conseguenza alla scelta del suo segretario.

In questo caso, infatti, il fenomeno non pare in alcun modo evitabile, essendo al contrario difficile rispondere ad eventuali contestazioni da parte di coloro cui è stato impedito di votare, i quali potrebbero tranquillamente dichiarare di essere delusi dal centrodestra ed affascinati dalle ipotesi riformiste o dal decisionismo veltroniano, o al contrario, desiderosi di partecipare, per poter contrastare da sinistra una deriva centrista del nuovo partito, riservandosi poi di aderire qualora tale operazione avesse successo.

A rigore nessuna di queste prospettive rientrava nell’oggetto della consultazione (come qui in Sardegna non vi rientrava in alcun modo un giudizio sull’operato della giunta regionale), dal momento che non era in discussione un programma di governo o di riforma delle istituzioni, ma forma e regole del nuovo partito, che però, fin quando non sarà costituito non ha alcuno strumento per poter distinguere tra aderenti e non aderenti, essendo d’altronde impossibile far parte oggi di qualcosa che deve ancora nascere.

Diventa però a questo punto interessante chiedersi se, nelle discussioni che verranno, i sostenitori del partito “leggero”, che affida le scelte alle primarie dei cittadini e non alle consultazioni degli iscritti, essendo in definitiva la richiesta di esibire le tanto vituperate tessere di partito, l’unico modo in cui si potrà in futuro distinguere con certezza tra aderenti e non aderenti ad un determinato soggetto politico, si faranno venire qualche dubbio o preferiranno continuare ad esser causa dei propri mali.

Riccardo Delussu


25 settembre 2007

La Costituente?

 

Con la presentazione delle liste entra nel vivo l’operazione (ri)costituente del partito democratico.

La scelta di abbinare a tale avvenimento l’elezione del segretario nazionale e delle assemblee regionali, con relativi segretari, rischia però di far passare in secondo piano proprio l’oggetto principale della consultazione prevista per il 14 ottobre, l’elezione di un assemblea incaricata di dare lo statuto al nuovo partito, espressione dunque di quello che la dottrina considera il potere supremo da cui tutti gli altri vengono a dipendere, quello Costituente.

Sarebbe però un errore confinare i discorsi sulla Costituente al campo del diritto, ed il richiamo ad alcune date potrà chiarire meglio tale affermazione:

la Costituzione spagnola è del 1978, e l’economia spagnola cresce oggi ad un ritmo quasi doppio rispetto al nostro, mentre tassi di crescita ancora più elevati vengono registrati in quasi tutti i paesi dell’Europa orientale, le cui Costituzioni hanno in genere una quindicina d’anni.

Lo stesso boom economico di casa nostra ha raggiunto il suo apice nella prima metà degli anni 60, quindi a meno di vent’anni dall’elezione dell’Assemblea Costituente, ed i suoi effetti si sono fatti sentire per almeno un altro ventennio, ed a proposito di ventennio, non va dimenticato come durante quello fascista la compressione delle libertà portò anche alla compressione dell’economia.

Potranno anche essere coincidenze, ma per il momento sono date, che forse si possono spiegare tenendo presente come la Costituente sia il momento fondativo dello Stato, e come lo Stato, al pari di ogni altro organismo vivente, funzioni al meglio quando è giovane, ed abbisogni perlomeno di accurati controlli con il passare degli anni, controlli che in questo campo vengono definiti revisioni costituzionali.

A questo punto si potrebbe obiettare affermando come il costituire un partito sia cosa diversa dal costituire uno Stato, ma tale obiezione, pur vera nella forma non può essere accolta nella sostanza, sempre ammesso che, visto il radicamento del concetto di costituzione materiale risalente agli studi del Mortati, ci sia ancora qualcuno disposto a sollevarla.

I partiti sono infatti parte integrante del sistema costituzionale, ed in quanto strumento di partecipazione dei cittadini alla politica, ne sono anche la parte fondamentale in uno Stato democratico. Da cos’altro se non dalle modalità di funzionamento del partito comunista abbiamo infatti potuto togliere la patente di democraticità all’ex Unione Sovietica ed ai suoi stati satellite?

Anche costituire un partito ha dunque rilevanza costituzionale, ma quando si ha a che fare con il potere Costituente, potere che affonda le sue radici nella forza e nella fattualità del diritto, è necessario guardare oltre le classificazioni formali, perché se il termine costituire nasconde in realtà la semplice fondazione di un altro partito, siamo al di fuori di tale potere e molto probabilmente anche dai suoi benefici effetti sul sistema istituzionale.

Riccardo Delussu


12 marzo 2007

Sistema elettorale e partito democratico.



 

L'evoluzione del partito democratico sembra, in questi giorni, maggiormente legata all'esito del dibattito sulla legge elettorale, che non a quello, in verità piuttosto scontato, del dibattito congressuale.

È infatti del tutto evidente, come l'abbandono dell'esperienza maggioritaria ponga più di un problema, dal momento che il partito democratico sembra concepito proprio in tale ottica, anche se, quando si parla di maggioritario, andrebbero maggiormente evidenziate le differenze tra il sistema inglese e quello statunitense, caratterizzato il primo dalla presenza di partiti forti, ed il secondo, al contrario, da una maggiore personalizzazione della politica.

Non a caso di primarie si parla solo negli Stati Uniti, mentre in Gran Bretagna, ad esempio, è in seguito ad una decisione interna al partito laburista, che Tony Blair ha annunciato l'intenzione di lasciare l'incarico entro questa primavera.

Proprio il richiamo alle primarie fa pensare che l'originario progetto di partito democratico fosse ispirato al sistema statunitense, e che dunque si pensasse in definitiva di costruire un “grande partito debole”, con scarsa caratterizzazione ideologica, rivolto ai cittadini più che agli iscritti, e disposto a candidare membri della società civile piuttosto che suoi esponenti: modello Prodi, Soru, Illy e via dicendo.

Il ritorno al proporzionale ha però scompaginato questo schema, e sopratutto la margherita ha accentuato i suoi caratteri distintivi rispetto ai ds, alla ricerca della visibilità necessaria in un sistema elettorale come quello attuale.

Conseguentemente, anche all'interno dei ds sono emerse posizioni miranti alla tutela dell'identità del partito, come emerge dalla lettura della seconda e terza mozione congressuale.

A questo punto dovrebbe essere chiara l'affermazione precedente, sulla maggiore importanza della legge elettorale rispetto all'esito congressuale, ai fini dell'evoluzione verso il partito democratico.

Avrebbe infatti ben poco senso proseguire nella costruzione di un partito “all'americana”, senza valutare preventivamente che efficacia, in termini di risultati potrebbe avere, al momento dell'attuazione di nuove regole.

In attesa della formalizzazione di una o più proposte di riforma elettorale, si può ad esempio iniziare col sottolineare come sia l'adozione di un doppio turno alla francese, che di un sistema proporzionale di tipo tedesco, porterebbero di fatto all'abbandono del processo di costruzione del partito democratico.

In entrambi i casi, infatti, ds e margherita avrebbero tutto l'interesse a presentarsi separati alle elezioni, rimandando i conti al secondo turno, o direttamente al momento della formazione del governo.

I risultati dello scorso aprile sembrano smentire tale affermazione, visti i maggiori consensi registrati dalla lista unitaria alla camera, rispetto alle due liste presentate al senato.

Vanno però a tal proposito ricordate almeno tre cose: innanzitutto la differente composizione del corpo elettorale, che impedisce una precisa comparazione tra i due risultati; in secondo luogo, il fatto che il candidato premier fosse espressione dell'ulivo, e non di uno dei partiti presenti al senato; e per finire, il fatto che, nonostante il già ricordato tentativo della margherita di differenziarsi dai ds, le due formazioni non fossero preparate ad un elezione proporzionale, proprio perchè fino a pochi mesi prima agivano in ottica maggioritaria.

Nessuna di queste considerazioni porta però a ritenere che se si rivotasse con lo stesso sistema i risultati sarebbero gli stessi, specie qualora i due partiti tornassero ad agire in ottica proporzionalistica, curando maggiormente i contenuti ideologici e programmatici, nonché i rapporti con il territorio.

Dunque, anche la legge attuale confinerebbe il partito democratico nell'ambito dei progetti non realizzati, o perlomeno tra quelli realizzati male, in quanto, in un sistema che richiede partiti forti, verrebbe invece proposto un soggetto politico con le caratteristiche di debolezza, qualcuno direbbe leggerezza, che sono già state evidenziate.

A questo punto appare evidente come soltanto un ritorno al maggioritario possa consentire al cantiere del partito democratico di proseguire con il progetto in atto, ed il fatto che di tale ritorno non si sia finora fatta menzione alcuna, rende pertanto necessario un ripensamento di alcuni aspetti di tale progetto.

Concludo con il sottolineare come il referendum sulla legge elettorale, con un premio di maggioranza al partito, e non più alla coalizione, rappresenti al momento, tra le proposte che si sono lette sui giornali, l'unica in grado di garantire la sopravvivenza del percorso unitario, tanto da rendere di difficile comprensione il fatto che buona parte di coloro che si dicono impegnati in tale percorso, siano contemporaneamente intenti ad evitare in tutti i modi il referendum in questione.

Si dovrebbe però, anche in tale evenienza, tener presente come un sistema simile risulti adatto a partiti forti, capaci di avanzare delle proprie candidature ai vertici istituzionali, di presentare un programma di governo che poggi su solide basi ideologiche, meglio se nuove o comunque al passo coi tempi, e dotati di un forte radicamento territoriale che gli dia la legittimazione necessaria.

Riccardo Delussu




permalink | inviato da il 12/3/2007 alle 17:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa


19 ottobre 2006

Partito e qualità democratica.



Non un nuovo partito ma un partito nuovo! Con questo slogan, che riporta alla mente il noto spot di una marca di pennelli, da parte di qualcuno si cerca di dare un imbiancata di novità al processo di costruzione-imposizione del partito democratico.

Inizio col ricordare come qualche volta, soltanto coraggiose iniziative della leadership abbiano reso possibile l’attuazione di scelte difficili, altrimenti frenate dal naturale principio di autoconservazione proprio di ogni soggetto, collettivo o meno.

In base a tale considerazione potrei pertanto sorvolare sui metodi che stanno portando alla creazione del nuovo soggetto politico, se soltanto percepissi con maggiore chiarezza quali elementi di novità siano destinati a contraddistinguerlo.

Vedo invece innalzare a punto decisivo la questione dell’apparentamento con il socialismo europeo, ed in tale questione tutto posso vedere tranne il tanto atteso passo in avanti che dovrebbe caratterizzare la nuova formazione, anche nei confronti degli altri partiti socialisti, o meglio socialdemocratici.

Come potrebbe infatti essere considerato davvero nuovo un partito in tutto simile ad altri che hanno ormai alle spalle oltre un secolo di storia?

E soprattutto, quando smetteranno i tentativi di adattare alla situazione italiana formule e sistemi che non le appartengono, ed i conseguenti problemi che da tali adattamenti forzati inevitabilmente derivano?

A mio parere la costruzione del partito democratico ha un senso soltanto se serve a creare un nuovo tipo di partito, considerato nel resto d’Europa come un modello con cui confrontarsi, e non invece come l’ultimo arrivato in un gruppo i cui componenti, tra l’altro, mostrano parecchi dei difetti che qui si dice di voler eliminare.

Ritengo a questo punto necessarie alcune considerazioni di carattere storico, utili per lo meno a chiarire i motivi dell’attuale crisi che investe quelli che un tempo erano i partiti di massa, crisi che paradossalmente inizia con la loro vittoria.

È infatti proprio l’aver raggiunto lo scopo per cui sono nati, che ha determinato la trasformazione dei partiti di massa di stampo weberiano in quelli professionale-elettorale di cui parlava invece Panebianco.

Mi rendo conto di come per qualcuno quanto da me appena affermato potrebbe collocarsi a metà strada tra l’eresia e l’idiozia, in quanto scopo dei partiti di derivazione marxista sarebbe stata la mai attuata rivoluzione, ma se per partito intendiamo un soggetto collettivo, e dalle dichiarazioni ufficiali spostiamo l’attenzione su quanto realmente sentito da contadini ed operai che ne erano la vera forza, possiamo davvero dire che volessero la rivoluzione in quanto tale, o più semplicemente che aspirassero a porre fine alla situazione di sfruttamento materiale e giuridico in cui si trovavano?

Ci si può pertanto stupire del fatto che una volta ottenuti il suffragio universale, l’istruzione di massa ed i servizi sociali, le grandi masse abbiano smesso di rivendicarli?

E la figura del partito professionale-elettorale, ossia di un partito sganciato da una precisa ideologia e da uno stretto rapporto con i militanti, oltre che funzionale alle esigenze di una leadership desiderosa di entrare nelle stanze del potere, non potrebbe essere considerata anche funzionale alle esigenze di quelle stesse masse, che una volta ottenuto il welfare state, hanno ritenuto più importante avere qualcuno in grado di gestirlo piuttosto che capace nel contrastarlo?

A questo punto la forza dei partiti stava nelle risorse statali di cui erano in grado di gestire la distribuzione, secondo quello che è stato definito l’approccio della scelta pubblica, o per meglio dire della spesa pubblica, mentre i nuovi conflitti venivano gestiti dai sindacati, dai gruppi extra-parlamentari o da vari tipi di movimenti, ed è stato questo scollamento dalla parte più attiva e vivace della società, unito al venir meno per ragioni di insostenibilità finanziaria delle risorse pubbliche, che ha determinato la definitiva crisi dei partiti di massa.

Ed è a questa crisi che è chiamato a dare risposte un nuovo soggetto politico, risposte che potrebbe trovarsi proprio partendo dal nome che, salvo improvvise deviazioni botaniche, dovrebbe contraddistinguerlo: partito democratico.

Più precisamente, attraverso un nuovo partito si potrebbe tentare di dare attuazione alle teorie sulla  qualità democratica, elaborate tra gli altri da Dahl, per cercare di colmare il divario tra la democrazia per come si è concretamente realizzata e quello che dovrebbe invece essere il suo funzionamento ideale, ed ottimale.

Sembra infatti sufficiente sostituire il termine “partito” a quello “governo” nelle varie definizioni, per ottenere delle indicazioni sulla caratteristiche necessarie, per poter avere un partito democratico non soltanto nel nome.

In base al primo postulato di Dahl, dunque, tutti gli iscritti dovrebbero avere simili opportunità di formulare le proprie preferenze, esprimerle attraverso un azione individuale o collettiva, ed ottenere che le stesse vengano considerate senza discriminazioni in quanto al loro contenuto e origine.

Nel secondo postulato, invece, si fa riferimento alle garanzie istituzionali necessarie per un corretto funzionamento del sistema, e dando per scontate le libertà di associazione e di pensiero, si tratta del diritto di voto, di poter competere per il sostegno elettorale, e la relativa  possibilità di essere eletti alle cariche partitiche in base ad elezioni libere e corrette, l’esistenza di fonti alternative di informazione, e soprattutto di istituzioni e meccanismi che rendano le decisioni dei vertici dipendenti dal voto e da altre espressioni di preferenza.

Quest’ultimo requisito rimanda alla definizione procedurale di democrazia, in cui viene esaltato il carattere appunto procedurale delle regole democratiche, in quanto metodo per giungere a decisioni quanto più possibile condivise.

Solo mettendo l’accento sulle procedure è anche a mio parere possibile fornire a tutti i cittadini uno strumento per poter esprimere le proprie preferenze, limitandosi ad individuare alcuni valori fondamentali cui ispirarsi, la tolleranza al posto della laicità tanto per dirne uno, invece di continuare nel tentativo di conciliare l’inconciliabile per arrivare ad un piattaforma unica, che per volere accontentare tutti rischia di non piacere a nessuno.

In questo modo chiunque potrebbe invece avvicinarsi al nuovo soggetto politico vedendo in esso nient’altro che un mezzo che gli garantisce di poter partecipare alla vita pubblica con il proprio bagaglio di esperienze ed idee, mettendo in moto quei meccanismi di adattamento e contrattazione che sono la vera essenza della democrazia e del metodo democratico, e finalmente si potrebbe nuovamente parlare di vera partecipazione ed anche di nuovo partito, o partito nuovo.

 

Riccardo Delussu




permalink | inviato da il 19/10/2006 alle 15:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


15 giugno 2006

Autocritica costruttiva.



Nella  spietata autocritica, imposta dagli altrettanto spietati risultati delle comunali, si rischia, come spesso accaduto in passato, di buttare il bambino con l’acqua sporca (tanto per usare espressioni riconducibili a quella saggezza popolare troppo spesso dimenticata).

Non va infatti confusa la lista unica come concetto con la lista unica concretamente presentata agli elettori cagliaritani, perché è ovvio che se invece di 120 candidati da 100 voti ciascuno, se ne presentano solo 40 sempre da 100 voti, la matematica, prima ancora che la politica, fa valere le sue leggi e lascia poco spazio alle opinioni.

Non sembra però corretto scaricare tutte le responsabilità sui vertici cittadini, dal momento che le loro decisioni non hanno fatto altro che ricalcare l’esempio di quelle prese a livello nazionale, primarie pilotate comprese.

Nel confrontare i risultati delle politiche con quelli delle cittadine, si dovrebbe pertanto dare  maggiore attenzione al fattore Berlusconi, ossia all’incidenza del voto “contro” il precedente Presidente del Consiglio, diffuso soprattutto tra i giovani. Fattore che sembra spiegare meglio delle disinvolte analisi fatte finora, il presunto maggiore appeal della lista unica rispetto a quelle dei partiti.

Del resto, tale maggiore appeal da dove dovrebbe derivare, se finora nessuna elaborazione teorica è stata fatta sul progetto del partito democratico?

Nonostante da più parti si sostenga il contrario, resto infatti fermamente convinto che anche la politica segua le leggi di natura, dunque anche in questo campo il pensiero deve necessariamente precedere l’azione, e pensare di arrivare ad un nuovo soggetto partitico senza preoccuparsi di quale proposta politica debba rappresentare, credo rientri tra le cose che si possono tranquillamente catalogare come errori fatali.

A questo punto, nel sentir parlare di elaborazione teorica qualche naso potrebbe storcersi, dal momento che uno dei falsi miti su cui si basa il processo di smantellamento dei partiti di massa è che il linguaggio tecnico non viene capito dall’elettore, il quale avrebbe invece maggiore simpatia verso chi dichiara e dimostra di non capire niente di politica (come se il concetto di uguaglianza non fosse frutto di elaborazione teorica e non fosse stato capito da milioni di persone).

Questi falsi miti hanno quindi reso la politica una sorta di regno del dilettante, anche perché viene da alcuni negata la stessa esistenza della materia come disciplina autonoma, con il netto prevalere dell’amministrazione sull’elaborazione, ossia la semplice gestione delle risorse rispetto alla proposta di modi e stili di vita alternativi.

Ma se non si ha da proporre un modo di vita diverso, su quale base possiamo pretendere di avere un seguito popolare?

Confesso di aver sorriso quando ho letto dichiarazioni del tipo: “gli elettori non hanno capito la proposta della lista unitaria”, come facevano a capire una cosa che non è mai esistita?

Si pensava davvero di vincere un'altra volta parlando di tonalità di grigio applicate alla sabbia del Poetto, o elencando cantieri, che come si poteva leggere sulle schede, fin quando non ci sarà un diverso modo di pensare continuano a far rima con lavoro?

È dunque al diverso modo di pensare che dobbiamo ora rivolgere tutti gli sforzi, ossia dobbiamo creare una nuova proposta politica che venga poi rappresentata da un nuovo soggetto partitico, e non un nuovo partito che venga poi gettato allo sbaraglio, come è stato fatto in occasione di queste ultime consultazioni.

Riccardo Delussu




permalink | inviato da il 15/6/2006 alle 13:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


1 giugno 2006

Il valore dell'alternanza.



Sarà anche vero che il potere logora chi non c’è l’ha, come sagacemente affermato da un inossidabile protagonista della politica italiana, è però altrettanto vero come, con troppi anni senza ricambio ai vertici dell’amministrazione, si corra il rischio di logorare l’intera comunità.

Cagliari è da questo punto di vista un esempio lampante dei perversi effetti della “immobilità” politica, perché, a ben vedere tutta la città appare per certi versi “bloccata”, nei suoi vizi e nelle sue virtù, dal momento che i soliti nomi finiscono inevitabilmente col fare le solite cose.

Per questi motivi, l’augurio di un ricambio ai vertici dell’amministrazione cittadina non assume caratteri partigiani, dal momento che al concetto di alternanza può essere attribuito un valore in “se”, a prescindere dunque da ogni considerazione legata alle qualità dei contendenti, ragione per cui, se Cagliari venisse da oltre 20 anni di ininterrotta amministrazione di sinistra, sarebbe ugualmente auspicabile un ricambio.

I risultati delle politiche fanno del resto sperare che a questo ricambio si arrivi, anche se, come da più parti si afferma, le comunali sono un'altra cosa, e la sinistra rischia di pagare il minor radicamento territoriale dei suoi candidati.

In effetti non si può negare il fatto che la destra sia più radicata nel tessuto cittadino, ma questo dovrebbe anche far riflettere sulle responsabilità che gravano su questa classe di governo, specie quando si leggono i dati sull’incremento della povertà, e sulla vera e propria fuga dalla città, da parte di chiunque non abbia la possibilità di acquistare una delle modaiole residenze di nuova costruzione. Quasi che, resisi conto dell’incapacità di giungere alla capitale del mediterraneo, si volesse trasformare la città in un immenso club med, con palmizi e residenze esclusive atti a celare l’assoluta mancanza di strutture produttive, ed il conseguente allontanamento di chi invece dell’esistenza di tali strutture ha bisogno.

In questa situazione, il centrosinistra cittadino sembra il classico cane che si morde la coda, dal momento che, non avendo mai avuto in mano l’amministrazione, trova un oggettiva e comprensibile difficoltà a proporsi ed essere percepito come forza di governo.

A questa difficoltà del centrosinistra ha negli anni fatto riscontro un eccessiva sicurezza della destra, che, sentendosi sicura della riconferma, non si è eccessivamente preoccupata di amministrare al meglio, tanto che, al suo stesso interno sono emerse delle posizioni critiche, sfociate quest’anno nella candidatura di Sabiu.

Si è dunque creato un vero e proprio circolo vizioso che solo i cittadini potranno interrompere, con un voto capace di apportare dei benefici effetti su entrambi gli schieramenti e soprattutto sull’intera città.

Un ricambio renderebbe infatti più responsabili sia la sinistra che la destra, in quanto la sinistra  si troverebbe a fare i conti con le difficoltà insite nell’azione di governo, e sarebbe pertanto costretta a sviluppare le capacità per affrontarle, ed a questo proposito non va dimenticato che dove la sinistra governa lo fa solitamente meglio della destra, forse proprio perché le manca quella sicurezza della riconferma che sembra oggi, paradossalmente, il problema principale della destra cagliaritana.

E sempre a proposito di sinistra cagliaritana, non vanno trascurate le nuove competenze attribuite alle circoscrizioni, quindi anche alla scheda arancione dovrà essere data la giusta importanza, proprio perché, come il buon governo delle città e delle regioni è stato decisivo per la vittoria nazionale, allo stesso modo, un buon governo degli enti intermedi non potrà che essere il miglior biglietto da visita per una classe politica che aspira al governo cittadino, o, nella migliore delle ipotesi, un ottimo strumento per consolidare i risultati di un cambiamento al vertice, di cui da troppo tempo si sente la mancanza.

Riccardo Delussu




permalink | inviato da il 1/6/2006 alle 12:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


8 maggio 2006

Dilemmi Presidenziali.



Si inizia oggi a votare per il Presidente delle Repubblica, e nonostante ieri sia stata ufficializzata la candidatura di Giorgio Napolitano, il candidato più accreditato sembra restare Massimo D’Alema, dal momento che l’elezione di Napolitano pare subordinata al gradimento di tutta la Cdl, dunque non soltanto di quello di Fini e Casini, ma anche quello di Berlusconi, che come ormai tutti hanno capito, chiudendo ogni trattativa spinge fortemente per una riedizione del patto per la Bicamerale, da cui non si può dire non abbia tratto vantaggi in questi ultimi anni.

Da questo punto di vista, la presidenza D’Alema sarebbe in effetti una presidenza di garanzia, anche se sarebbe opportuno chiedersi se sia o meno corretto impegnare la massima carica dello Stato nella garanzia di quello che in definitiva può considerarsi un accordo privato, dal momento che a nessuno dei punti indicati da Fassino nell’intervista al Foglio potrebbe essere dato alcun valore giuridico o costituzionale, visto che il Presidente non viene eletto sulla base di un programma, ed è chiamato ad assicurare il rispetto della Costituzione e non la sua modifica.

Ora, la Costituzione non è immutabile, ed anche sul presidenzialismo si può riflettere senza tabù, ma a questo punto, non sarebbe nello stesso interesse di Massimo D’Alema candidarsi a ricoprire tale carica solo dopo un eventuale modifica delle istituzioni, che gli assicuri, a differenza del sistema attuale, di non sembrare il classico leone in gabbia?

Del resto, come conciliare la visione diarchica evocata da Sartori, che parla di soluzione alla francese, con la differente durata delle cariche, ossia con un Presidente che resta in carica 7 anni ed una maggioranza parlamentare che al massimo arriva a 5, senza dunque tener conto delle problematiche della coabitazione, che proprio in Francia hanno recentemente portato all’abolizione del settennato?

Va inoltre ricordato come la carica di Presidente della Repubblica sia stata finora intesa come una sorta di pre-pensionamento politico, motivo per cui nessun leader di partito vi ha mai ambito, anche perché ben difficilmente dopo 7 anni passati tra tagli di nastri ed inaugurazioni varie, si può pensare di candidarsi a guidare un governo, perlomeno senza ingenerare il sospetto che in quei sette anni non si sia mai venuti meno al dovere di imparzialità.

C’è dunque qualcuno ragionevolmente convinto che Massimo D’Alema abbia deciso di smettere con la politica attiva per andare a fare il senatore a vita?

Non sarebbe invece più logico, innanzitutto per lui, fare il ministro delle riforme, introdurre una qualche forma di presidenzialismo per poi candidarsi al prossimo turno?

Non sarebbe soprattutto più corretto, se prima di modificare in maniera tanto pesante il ruolo e le funzioni del Capo dello Stato, e di riflesso quelle di tutti gli Organi Costituzionali, si passasse attraverso l’apposito procedimento di revisione Costituzionale?

Per tali motivi, dal momento che al personaggio non mancano doti di logica e correttezza, credo che lui per primo preferirà tentare la scalata al colle quando i tempi saranno maturi.

Riccardo Delussu




permalink | inviato da il 8/5/2006 alle 10:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


14 aprile 2006

Sinistra di Governo.



 

È risaputo che i calciatori migliori sono quelli in grado di far sembrare semplici anche le giocate più difficili. Queste prime giornate post-voto non fanno pertanto pensare che tra i vertici del centrosinistra si nasconda qualcuno che avrebbe potuto avere un radioso futuro sui campi di gioco.

Se Berlusconi avesse vinto queste elezioni, non con 25.000 voti di scarto, non con 10.000, ma anche solo con un voto, contenuto da una scheda misteriosamente apparsa tra le mani della Madonnina milanese, avrebbe semplicemente detto che anche la Madonnina ha diritto di voto, mentre i suoi organi d’informazione avrebbero suonato la grancassa, Gianni Letta avrebbe comunicato i nuovi colori delle tende del Quirinale, e a fianco di quello di Traiano, sarebbe spuntato un nuovo arco di trionfo, sotto il quale gli aderenti ad alternativa sociale avrebbero sfilato incessantemente per 40 giorni e 40 notti.

Inutile dire che l’attuale governo sarebbe stato confermato in blocco, le presidenze delle camere decise a Villa Certosa, ed alla la metà di italiani, rei di non aver espresso il voto nell’unica direzione ammissibile, sarebbe stato rinnovato il tenero appellativo già espresso in campagna elettorale, stavolta però con un bonario sorriso di compatimento.

In un analoga situazione, invece, a sinistra ci si interroga sull’esito del voto, si prende atto della divisione del Paese, qualcuno avanza l’ipotesi di dare all’opposizione la presidenza di una camera, i giornali parlano di prodino, riflettono su governi tecnici o di transizione e sulle annunciate scissioni all’interno di rifondazione, si manifesta un malcelato nervosismo nei confronti delle normali e doverose verifiche dei voti, e ci si organizza per cambiare la legge elettorale con cui si è vinto.

Sembra che l’amore per la discussione prevalga sulla voglia di cimentarsi nell’opera di governo, come se ci fosse un abitudine all’opposizione che faccia inconsciamente sperare in altri anni al riparo da ogni responsabilità.

Accanto alla sinistra di lotta ed a quella di salotto, fa dunque fatica ad emergere la sinistra di governo, ed alla fine, dopo mesi e mesi in cui ci si è sentiti dire che non siamo capaci di governare, viene quasi voglia di dire che in effetti è vero, che siamo abili nella critica ma non altrettanto nella proposta e nella realizzazione.

Per fortuna questo non è vero, e sono i fatti a dimostrarlo, proprio nella nostra isola, ed in particolare nella nostra città, dove il consenso elettorale è in continua crescita (a dispetto di una incessante campagna denigratoria portata avanti dai maggiori organi d’informazione regionali), da quando il centrosinistra governa la regione, in maniera forse non perfetta ma senz’altro efficace.

Basterebbe guardare al risultato dell’Udeur, il quale chiedeva un voto contro Berlusconi ma anche contro Soru, per capire come da noi si stia davvero sperimentando con successo un esperienza autenticamente riformista, ed altrettanto autenticamente di governo, e nell’analisi del voto, oltre a quelli dei sardisti delusi, bisognerebbe dare il giusto risalto anche ai voti di progetto sardegna, confluiti nella lista unica ed anche in quella dei DS al Senato.

La Sardegna è pertanto avanti nel processo di costruzione del partito democratico, ed a questo punto sarebbe il caso di concentrarsi maggiormente sulle basi teoriche di tale operazione, perché le difficoltà cui accennavo all’inizio dipendono anche dall’assenza di una vera ideologia di governo, ed a tal proposito non si può non sottolineare come ad oggi, la sinistra riformista, ed in particolare i tanto bistrattati DS, siano più liberali dei liberisti e meno statalisti di larghi settori della ormai ex-maggioranza, quindi perfettamente in grado di dare risposte a quei ceti produttivi del nord, che in base a quanto si legge in questi giorni, mai e poi mai toglierebbero il loro appoggio a Berlusconi.

Ma ne siamo davvero sicuri? Se si governa bene, se si ridà competitività alle loro imprese ed all’intero sistema, vogliamo davvero credere che fra 5 anni siano tanto coglioni da votare contro il proprio interesse?

Riccardo Delussu




permalink | inviato da il 14/4/2006 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


4 aprile 2006

Il triangolo delle Bermuda.

 

Volendo rappresentare graficamente lo scontro di questi ultimi giorni di campagna elettorale, si potrebbe tracciare un triangolo, ai cui vertici collocare quelli che ormai da oltre un secolo sono diventati i protagonisti indiscussi della politica europea: i ricchi, i poveri, e lo Stato.

Voi direte che manca il ceto medio, ma siamo sicuri che gli si possa ancora dare tutta questa importanza? Non sono forse questi gli anni della scomparsa dei ceti medi? Gli anni in cui alcuni dei suoi tradizionali appartenenti, come gli impiegati, vengono assorbiti nella classe inferiore mentre altri, tipo i più fortunati (o più bravi) tra i professionisti diventano parte integrante di quella superiore?

Non doveva poi essere questo uno degli argomenti principali della campagna elettorale di sinistra? Non sarebbe bastato far notare come il risparmio sia sceso del 40% in 5 anni, per fare in modo che la destra avesse maggiori problemi a parlare di Bot come se tutti ne avessimo svariati mazzi custoditi nei comodini?

Invece la campagna elettorale si gioca su temi che sembrano presi dall’agenda politica del principato di Monaco, o al limite dell’Italia di 15 anni fa, quindi, se si deve tornare indietro nel tempo esageriamo pure, e come dicevo all’inizio, rispolveriamo i tre protagonisti storici della politica: ricchi, poveri, e Stato.

Tradizionalmente i poveri hanno bisogno dello Stato, almeno di quello sociale, usufruiscono dei suoi servizi, e questo li rende quindi maggiormente consapevoli della necessità di dare qualcosa in cambio, il che è del resto un notevole passo avanti, rispetto ai tempi in cui davano di più (compresa la vita nelle trincee) per non ricevere niente in cambio.

L’atteggiamento del ricco nei confronti dello Stato è invece ambivalente: lo usa ma lo rinnega, quasi come un ragazzino desideroso di emanciparsi dai genitori, ma che per farlo non esita ad attingere dalle loro borse, per cui lo Stato non deve interferire nella vita dei cittadini, a meno che non si tratti di costringerli ad acquistare il decoder della fabbrica di famiglia.

La socialdemocrazia ha rappresentato storicamente il punto d’incontro di questi tre soggetti, e la nostra Costituzione può essere considerata come il vero contratto tra gli Italiani (uso il termine contratto in omaggio alla tradizione del contrattualismo non a quella del postalmarket), ed è grazie a questo patto, con cui i ricchi hanno accettato di essere un po’ meno ricchi, consentendo ai  poveri di diventare un po’ meno poveri, che l’Italia ha conosciuto i suoi anni migliori.

Alla socialdemocrazia sono ricollegabili le parole dette ieri da Romano Prodi in chiusura del suo intervento: “possiamo star bene come singoli solo se anche chi sta intorno a noi sta bene”, mentre il suo avversario, che ai consumi di massa deve la sua fortuna, ha fatto semplicemente appello all’egoismo, secondo una logica che non può dirsi liberale ma sembra incompatibile con la stessa sopravvivenza dello Stato, il quale, privato delle risorse che ne garantiscono il funzionamento, rischia di non potere più assolvere efficacemente nemmeno alle funzioni “minime”, ossia a quelle considerate indispensabili proprio dalla tradizione liberale: la difesa dell’ordine pubblico, l’amministrazione della giustizia e la politica estera.

Dunque, più che uno scontro tra destra e sinistra, o tra socialdemocrazia e liberalismo, in definitiva quello di questi giorni può essere considerato come uno scontro tra Stato ed anarchia, ed è curioso notare come proprio chi ha maggiore interesse ad essere protetto dallo Stato, perché in possesso di più beni da difendere, non esiti a schierarsi su posizioni anarchiche pur di risparmiare (?) qualche centinaio di euro di tasse.

 

Riccardo Delussu




permalink | inviato da il 4/4/2006 alle 12:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


19 marzo 2006

Si fa presto a dire pessima.



Tra le numerose voci critiche che ormai da mesi si levano all’indirizzo della nuova legge elettorale, va registrato anche l’articolo di Giorgio Macciotta, pubblicato qualche giorno fa su www.dscagliari.it.

Dei numerosi argomenti utilizzati per giustificare il titolo di tale intervento, ossia “una pessima legge elettorale”,  ne condivido però soltanto uno, essendo del resto ovvio un giudizio negativo verso il meccanismo di attribuzione dei seggi al Senato, visti i rischi di alterare i risultati della consultazione.

Su tutto il resto ci sarebbe invece da discutere, anche perché se questa legge è pessima, molto probabilmente sempre all’ambito degli aggettivi dispregiativi bisognerebbe rivolgersi, anche per definire il sistema precedente.

Sull’aumento del numero dei partiti, a parte l’inconveniente della scheda lenzuolo, si potrebbe infatti anche dire che in tal modo vengono meglio rappresentate le diverse posizioni presenti all’interno del Paese, e seguendo lo stesso ragionamento, anche il giudizio  sull’abbassamento al 2% della soglia di sbarramento potrebbe essere rivisto, del resto, se ci si lamenta del c.d. “pensiero unico”, qualcosa si dovrà pur fare per dare visibilità ad altri punti di vista.

Sul diritto di tribuna il discorso è parzialmente simile, ma va anche detto che per lo meno, con questa legge, il dover votare candidati che non sono espressione del proprio partito è diventata un eccezione e non più la quasi- regola del collegio unico, dove logiche ben consolidate hanno sempre imposto l’affermazione di candidati moderati, a scapito di altri, che buona parte della sinistra avrebbe invece ritenuto più rappresentativi.

Quanto all’affermazione di come l’aspetto più negativo del nuovo sistema risieda nell’impressionante continuità dei gruppi dirigenti, mi sembra doverosa una spiegazione più approfondita.

Innanzitutto andrebbe ricordato come a decidere chi candidare nei collegi uninominali fossero pur sempre le segreterie, e sinceramente le preferisco impegnate nello scegliere tra uomini e donne di partito,  piuttosto che nell’affannosa ricerca di nomi presunti vincenti, espressione del mondo dello spettacolo, della cultura (nel migliore dei casi), dell’imprenditoria o delle professioni.

Non foss’altro perché la Costituzione indica chiaramente nei partiti lo strumento attraverso il quale tutti i cittadini, compreso chi si occupa di spettacolo, cultura, impresa ed altro, possono partecipare alla vita democratica, e sempre nei partiti va individuato lo strumento di collegamento tra la società civile e le istituzioni.

Il pregio di questo sistema sta proprio nel garantire la corrispondenza tra le posizioni all’interno del partito e quelle nelle liste, e se questo dovesse tradursi in uno svantaggio per chi invece si è dedicato alla cura di altri interessi, vorrà semplicemente dire che tra i benefit per chi è stato bravo in altri campi non rientrerà più la gentile concessione di una candidatura, ma che le candidature vanno guadagnate sul campo.

Mi rendo conto della poca popolarità di un simile discorso, ma è anche vero che a furia di indebolire in ogni modo la figura dei partiti politici, e di conseguenza di chi ne fa parte (atteggiamento francamente incomprensibile quando proviene dall’interno dei partiti stessi), si è finiti con l’avere una società senza guida, e le conseguenze di tale situazione si fanno purtroppo sentire in maniera sempre più pesante.

C’è dunque rinnovamento e rinnovamento, e non sempre rinnovare significa far bene, specie se si sostituisce un sistema che funziona con uno peggiore, ed a tal proposito non si può non notare come il rinnovamento della classe politica italiana sia finito proprio con l’avvento del maggioritario (non a caso i protagonisti di questa campagna elettorale sono gli stessi di 10 anni fa), pertanto la presunta immobilità delle dirigenze non fa altro che riflettere tale situazione, e sarebbe semmai estremamente interessante vedere gli effetti di lungo periodo del meccanismo delle liste bloccate.

I motivi per cui i partiti hanno difficoltà a rinnovare il proprio gruppo dirigente sembrano infatti più che altro da ricercare nel già sottolineato fenomeno di indebolimento che li riguarda da ormai quasi una quindicina d’anni,  solo ridando dignità alla politica si può infatti pensare che un giovane se ne occupi attivamente, perché se una generazione viene educata al disprezzo verso tutto ciò che con la politica ha a che fare, non possiamo certo lamentarci se poi viene a mancare il ricambio generazionale.

Riccardo Delussu




permalink | inviato da il 19/3/2006 alle 22:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
sfoglia     settembre       
 
 




blog letto 26146 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Cagliari
Politica
Costume e società
Racconti

VAI A VEDERE

settore
suoni di cantina
il mucchio selvaggio
Martino Congia


Veniamo da lontano, andiam lontano....

CERCA